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Passa per la Siria una possibile via di uscita ai conflitti mediorientali

Mercoledì, 21 Ottobre 2015 11:13 Scritto da  dimensione font riduci dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font aumenta la dimensione del font

A cura dell’Amb. Antonio Badini 

Si parla di grave crisi in Siria, ignorando che da quattro anni il popolo siriano è sottoposto ad una violenza spietata all’origine di un esodo che non ha precedenti nella sua Storia e che è secondo solo alla fuga dalla loro terra dei palestinesi.  

C’è anche chi paventa che si sta passando, sempre in Siria, da una guerra minacciata ad una vera. Uno potrebbe chiedersi dove sia andato a nascondersi lo Stato islamico e cosa abbia mai fatto l’Esercito Libero Siriano , cui oggi ci si rivolge con la locuzione, un po’ offensiva per la verità, di Forze ribelli.  

 

In realtà quello che probabilmente si vuole intendere è che si appalesa sempre di più il rischio di uno scontro tra le forze della coalizione militare guidata dagli americani e quelle russe in appoggio alle Forze Armate governative. 

Può darsi che ciò accada, magari per un incidente visto che gli schieramenti pro e contro Bashar si sfiorano sempre di più in attesa di un coordinamento da tutti voluto ma che tarda a materializzarsi. E, tuttavia, non è cosi improbabile che l’intervento russo, i cui prodomi si è  preferito ignorare (vedi Ucraina) serva a far precipitare (in bene) la situazione. 

Ma nonostante la massiccia azione delle Forze Armate russe, non ci sono ancora segnali univoci da parte dell’Ue di una sua reale presa di coscienza della gravità della crisi nel «Mediterraneo allargato» che possa mettere in moto l’elaborazione di una robusta iniziativa diplomatica di pacificazione. Anche l’Amministrazione americana, così giustamente determinata nel raggiungere l’accordo nucleare con l’Iran appare incerta a prendere in mano una iniziativa forte nella regione, preferendo criticare “l’azione unilaterale russa”.  

E tuttavia emerge nitido il possibile obbiettivo che potrebbe metter tutti d’accordo nell’ampliare gli scopi e la composizione dell’attuale coalizione internazionale a guida americana per contrastare e debellare lo Stato Islamico in Iraq e Siria. Potrebbe essere quello l’atteso passaggio  all’avvio di un dialogo preparatorio di una vera Conferenza per la Pace e lo Sviluppo nella regione.  

Una interessante proposta, anche se non proprio in questa direzione, è stata fatta da Putin nel suo lungo e denso discorso alla recente Assemblea delle N.U., che tuttavia al momento è valsa solo a promuovere l’idea di un coordinamento degli interventi militari dei due paesi in Siria. Putin ha successivamente parlato di una possibile interazione tra Russia, Stati Uniti, Turchia, Iran, Iraq  e Arabia saudita non a caso scegliendo in modo paritario gli « alleati » e gli « avversari ». Sono propositi questi interessanti poiché sembrano andare oltre la fase del contrasto alle forze dello Stato islamico e presagire ad un dialogo sulla transizione in Siria. Ed è qui che urge il superamento del dissidio tra chi accetta la partecipazione di Bashar e chi la nega, ritenendo il dittatore siriano, non certo senza colpe, come parte del problema.  

Certamente non mancano le ragioni che giustificano la prudenza ad una più aperta accoglienza del discorso di Putin e dei suoi successivi propositi.  

La Casa Bianca ha invitato Putin ad essere più coerente e netto nelle sue esternazioni. Cosi come non mancano legittime riserve sulla «lettura della Storia» fatta nell’Assemblea onusiana dal Presidente russo, che ha tra l’altro voluto ricordare Yalta, ora parte della Russia, per gli Accordi di pace del post-nazismo. Il rischio più evidente è la mira, neanche troppo nascosta, del Cremlino di ricostituire una sorta di condominio russo-americano nel Medioriente, magari con graduale contaminazione sulle altre aree calde a partire dall’Ucraina. 

E difficile capire perché Putin, normalmente freddo e mirato nelle sue rivendicazioni, si sia lasciato sopraffare, nel discorso alle N.U., dalla voglia di « sputare il rospo », enumerando una serie di fatti, attribuiti sia pure senza mai citarli, agli Stati Uniti, i quali esportando le «  c.d. rivoluzioni democratiche ( leggi il « regime change » di G.W.Bush) « hanno creato caos e violenza nella regione ».  

Con una enfasi alle interferenze dell’occidente che, ha dichiarato Putin, sono all’origine della attuale situazione in Siria, con le conseguenze oggi sotto gli occhi di tutti.  

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Ultima modifica il Sabato, 30 Gennaio 2016 18:07

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