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Ancora una volta sul terreno si è mosso Putin

Venerdì, 02 Ottobre 2015 06:17 Scritto da  dimensione font riduci dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font aumenta la dimensione del font

A cura dell’Amb. Badini

Qualcosa finalmente si muove a Bruxelles sul fronte dei migranti; le più recenti decisioni dei vari Consigli di emergenza hanno permesso di fare concreti passi avanti nel fronteggiare un fenomeno che ha prodotto preoccupanti crepe nella solidarietà europea. Guardando oltre la porta di casa, l’Ue è riuscita a varare anche aiuti finanziari ai Paesi, Turchia, Giordania e Libano soprattutto, per migliorare la sicurezza e contribuire al sostentamento e alle cure mediche degli sfollati da loro accolti.

 

Sembra inoltre prendere un qualche spessore l’idea di creare un meccanismo permanente di ripartizione non appena gli arrivi assumano dimensioni consistenti. Insomma, dopo gli appelli e le denunce di inquietante immobilismo da parte delle N.U. e di alte personalità, tra cui il Pontefice di Roma, l’Ue si è riappropriata di un minimo di  decenza morale e politica.

E tuttavia due problemi continuano, da un lato,  a mettere in causa la sopravvivenza del sistema Schengen e, dall’altro, la stessa soggettività politica dell’Unione. Quanto al primo, sovvengono diverse considerazioni. La più preoccupante è la decisione della Germania, che pure aveva mostrato un po’ di coraggio a spronare gli Stati membri più neghittosi, di chiudere, anche se temporaneamente, le frontiere con l’Austria. Con ciò Berlino ha rimesso in discussione il merito riconosciutole della «Willcommenskultur». Quanto al secondo, continua a disertare qualsiasi progetto di come l’Ue intenda riformare il proprio modus operandi della sua geo-politica di  fronte ad una regione sempre più vicina al rischio di convivere a lungo con le milizie dello Stato  islamico.

Qualche commento. Intanto, l’amarezza di vedere un Paese, l’Ungheria, che aveva dato nel maggio del 1989 una spallata al Comecon e al Patto di Varsavia ancor prima che Mosca implodesse, alzare un muro lungo i suoi confini; quasi una sorta all’inverso del blocco di Berlino decretato dai sovietici nel 1948. Poi una sempre più diffusa erosione della fiducia nei valori della democrazia e del libero mercato globali.

A parte le chiusure delle frontiere di Ungheria, Olanda e Slovacchia, oltre a quelle, con qualche attenuazione, di Austria e Germania, altri accadimenti confermano la crisi di identità dell’UE. Con la elezione di Jeremy Corbyn a capo del laburismo, torna a sventolare in Gran Bretagna la “Bandiera rossa” con la riesumazione della “lotta di classe”. Ecco così minacciata la rivoluzione in senso liberale della sinistra promossa da Tony Blair, divenuto uno dei pilastri della “Trilaterale”.

A seguire ci sarà sicuramente dell’altro. Innanzitutto, la presa di coscienza che la « bullheadedness » tedesca vale solo a metter in riga i piccoli della  Eurozona, mentre diventa manifesta l’incapacità di Berlino ad assumere una discernibile responsabilità politica nel rafforzare  la sicurezza dell’UE. E cosi, populismo e scontento continueranno, con qualche ragione, a fare strada nei sistemi politici dei Paesi membri con conseguenze serie sulla autorevolezza dell’Ue.

Cosa si potrebbe fare  oggi per rimettere in sella l’Europa? Innanzitutto, va abbandonato, o quantomeno sospeso, il « politically correct » che ha causato rovesci sia a Sud che ad Est dell’Unione mandando in frantumi la « politica del buon vicinato » su cui Bruxelles contava per credibilizzare la  sua geo-politica. La seconda cosa, è convincersi che nonostante la retorica dei Trattati prevale ancora fra gli Stati membri la « Beggar thy neighbor policy », di sottrarsi cioè agli oneri per le azioni nell’interesse generale. Verità che sollecitano una rilettura della crisi nel Medioriente per una soluzione politica in chiave un po’ più bismarckiana.

Ergo, come  baluardo di prevenzione alle ulteriori distruzioni, morti e impoverimento che consoliderebbero definitivamente la supremazia strisciante in Medioriente dello Stato islamico occorrerebbe: 1) riconoscere all’Iran lo status di potenza regionale, con quello che ne consegue; 2) ammettere che il sostegno ai « ribelli » contro Bashar El Assad ha favorito indirettamente ad aprire le porte al Califfato di AbuBakr; 3) che la Russia ha un legittimo interesse di sicurezza nella regione (c’è già in Inguscezia, ad ovest della Cecenia, una forte e attiva militanza che si richiama allo Stato Islamico); 4) promuovere un serio riavvio del negoziato israelo-palestinese per evitare un nuovo sanguinoso conflitto a Gaza, cui Hezbollah prenderebbe verosimilmente parte a fianco di Hamas.

Stati Uniti ed Europa dovrebbero analizzare meglio quello che accade nello Yemen dove le milizie sciite Houthi, poco armate e minoritarie, tengono ancora testa alla potente coalizione militare guidata dall’Arabia Saudita (che ha rioccupato Aden ma non Sana) nonostante la recente discesa in campo di truppe scelte dell’Arabia Saudita e contingenti di altri Paesi, tra cui l’Egitto.

 

Infine, la Libia; ove lo Stato islamico continua a consolidarsi; sono mesi che Bernardino Leon dice di essere vicino ad una intesa, fingendo di ignorare che i libici non accetteranno mai di firmare e rispettare un accordo siglato da un  inviato delle N.U. un po’ estraneo al mondo arabo e senza una autorevole esperienza nella regione. Noi italiani dovremmo invece saperlo, avendo un Trattato di Amicizia che non risulta sia stato formalmente denunciato e che sebbene firmato con Ghaddafi fu oggetto di un lungo negoziato per consentire la consultazione delle diverse tribù, che sono ancora li. 

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Ultima modifica il Sabato, 30 Gennaio 2016 18:07

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