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Una strategia per il Medioriente

Martedì, 21 Luglio 2015 08:58 Scritto da  dimensione font riduci dimensione font riduci dimensione font aumenta la dimensione del font aumenta la dimensione del font

A cura di: Amb. Antonio Badini

La preoccupante situazione nel Mediterraneo e nel Medioriente con le migliaia di profughi costretti dalla violenza terrorista ad abbandonare quotidianamente le loro dimore e i loro paesi non ha ancora indotto l’Unione Europea a intraprendere alcuna seria e discernibile strategia politico-diplomatica per tentare di restituire una speranza di pace alla tormentata regione. L’Ue si è sinora limitata a rispondere parzialmente all’appello alla solidarietà tra Stati membri, reiterato a più riprese dal Governo italiano, accedendo alla riallocazione di parte dei flussi d’immigrati sbarcati sulle nostre coste.

 Si sono mosse di più le Nazioni Unite ma con dubbia autorevolezza e comunque in modo inadeguato alla gravità dei conflitti e lotte intestine che portano un’inquietante minaccia alla sicurezza della regione e dell’Europa. Preoccupa, in particolare, la situazione in Libia, divenuta fonte di contagio della sovversione e d’infiltrazione di terroristi nei paesi limitrofi; Tunisia a ovest ed Egitto a est.

L’Ue non ha ancora all’o.d.g. la revisione della politica di « buon vicinato », che ha fallito di raggiungere i suoi obiettivi di rafforzare la stabilità, a est come a sud, ove ha inopinatamente sostituito la politica di partenariato euro-mediterraneo; uno strumento che se meglio strutturato con un approccio misto, comunitario e intergovernativo, sarebbe stata la risposta più adatta alle domande di giustizia e sviluppo suscitate dalla « Primavera araba ».

E’ stato indubbiamente un errore interpretare le rivolte come la domanda di democrazia e ritenere che sarebbe stato sufficiente il plauso e l’incoraggiamento per un subitaneo cambio di regime in grado di riportare i paesi interessati a una normalità istituzionale. Scendendo in piazza a rischio della propria vita il popolo diceva in realtà basta all’offesa della dignità umana, all’odiosa oppressione poliziesca, al mancato accesso per la maggioranza dei cittadini, a una decente nutrizione, alle cure mediche, ad alloggi confortevoli, all’istruzione pubblica e dunque al mercato del lavoro; dunque diritti ma quelli più pressanti rispondenti ai bisogni fondamentali cui l’Ue avrebbe potuto recare sollievo, anziché arieggiare parole vuote o promesse di circostanza.

Con il proprio sangue, i popoli in rivolta avevano sciolto il dilemma « stabilità o diritti umani » che l’Occidente non aveva saputo aiutare a conciliare con politiche di sostegno eque, dirette allo sviluppo diffuso, che avrebbero concorso a favorire gradualmente e senza intromissioni modelli di democrazia coerenti sì con le tradizioni e i sistemi di valori propri delle singole società ma anche con i principi fondamentali dello stato di diritto, senza il quale sarebbe vano invocare qualsiasi prossimità delle istituzioni a partire da quelle giudiziarie, delegate al rispetto della legge.

 

Anziché far sbocciare la libertà, soprattutto quella dal bisogno, la « primavera araba » ha finito col fungere da detonatore di un cieco estremismo religioso che miete e continuerà a mietere vittime innocenti e che interpella drammaticamente la coscienza umana. E’ dunque l’ora per l’Unione Europea di farsi promotrice d’iniziative a tre livelli; singoli paesi in lotta (Libia e Siria in particolare) contribuendo con propri inviati a un’opera di mediazione tra le forze legittimate e animate da una sincera volontà a raggiungere un accordo di transizione; di gruppi sub-regionali che appaiono suscettibili di metter in moto azioni reciprocamente utili ad arginare la violenza (in particolare Egitto, Libia, Tunisia) e infine a livello regionale (con particolare riferimento ad Arabia saudita, Iran, Iraq, Egitto, Turchia, Stati Uniti e Russia).

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Ultima modifica il Sabato, 30 Gennaio 2016 18:07

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